
A giudicare dalle nostre facce, sembrava ci divertissimo molto, anche se, salire e scendere le scale a piedi uniti e gambe tese, non è che ad un osservatore esterno dovesse apparire chissà quale divertimento; ma per noi era la cosa più eccitante che riuscissimo a fare fin da bambine. E malgrado non avessimo più l’età per certi giochi, tutte le volte che potevamo, finivamo per sfidarci davanti al pianerottolo di casa. Vinceva chi faceva più rampe di scale.
Lucina era quella che statisticamente contava più vittorie e non solo perché il fisico l’aiutava ma soprattutto perché era la più determinata a vincere. Ne faceva sempre una questione di vittorie e sconfitte, di vincitori e vinti ed era una di quelle che non voleva né sapeva perdere. E anche se si trattava di uno stupido gioco, avrebbe dovuto, comunque, avere la meglio.
Quel giorno, però, successe qualcosa d’imprevisto: tra un gradino e l’altro, su in cima alle scale, mentre si apprestava ad esultare per l’ennesima vittoria, perse l’equilibrio e rotolò giù sbattendo ripetutamente la testa fino a fare un tonfo sul pianerottolo di casa.
Fu così che la sorella venuta meglio, quella più dotata, si ritrovò paralizzata dalla vita in giù e con un deficit cognitivo di una certa gravità.
Solo che quando ripensai all’incidente, lo vidi in un modo ben diverso da come l’avevo raccontato ed ero pronta a giurare che Lucina giù per le scale si fosse buttata di sua volontà, che avesse spalancato le braccia e si fosse lasciata cadere indietro.
Ma come poteva essere vero? un gesto insensato come quello non era da lei.
Comunque fosse andata, in fondo in fondo, una lezione la meritava, sempre con quella spocchia da prima della classe che gettava ombra su chiunque le stesse vicino. Era difficile riuscire ad elaborare un discorso sensato quando in una discussione era coinvolta lei: era scattante, veloce come quando faceva le scale e non permetteva di esprimere il proprio parere a chi come me aveva un’intelligenza un po’più riflessiva. Una vera prevaricatrice strafottente che spesso mi raffiguravo come un despota della peggiore specie. Di certo non le avevo augurato di finire in quello stato, semmai qualcosa di meno tragico. Lo pensavo e un momento dopo mi pentivo. Non tanto per il pensiero deprecabile quanto per il maledetto senso di colpa che illividiva le mie giornate malgrado tutto. Eppure me lo sentivo, non ero la sola a fare certi pensieri, non ne avevo la certezza assoluta, ma lo annusavo dai comportamenti della gente, dall’eccesso di benevolenza gratuita che mal celava qualcosa da farsi perdonare. Sapevo che se solo avessi trovato il modo di entrare nella testa della gente, se solo avessi avuto accesso alle stanze sigillate che custodivano i pensieri più reconditi, avrei raccolto sufficienti prove di colpevolezza. Prove che le pulsioni più bieche, gli istinti più bassi e inconfessabili albergano in ognuno di noi. Avrei fotografato, annotato, indagato e finalmente mi sarei sentita meno sola. Ne ero sicura, non ero la sola a fare certi pensieri.
Ma a giudicare da quello che provavo non era una consolazione.
Dopo l’incidente di Lucina la scoperta che gli eventi non sempre accadevano come li raccontavo o come li ricordavo, mi induceva sempre più spesso a pensare che ci fosse un qualche vizio nel meccanismo di elaborazione della memoria, qualcosa che nella mia testa non funzionava come doveva, distorcendo la realtà di fatto. Sdoppiata irrimediabilmente tra ciò che ricordavo e ciò che realmente accadeva cominciai a pensare che fossi affetta da un disturbo della memoria e pertanto avvezza a mentire. Non menzogne consapevoli ma dichiarazioni che reputavo vere e che in seguito mi avrebbero instillato il serpiginoso dubbio che in loro fosse insita una falsificazione inconscia dei fatti. A volte avevo dei ricordi che cozzavano tra loro, versioni diverse del medesimo ricordo che mi disorientavano. Tentare di capire quello che mi stava accadendo diventò un pensiero costante, tanto che cominciai ad interessarmi al funzionamento del sistema nervoso convinta che se ne avessi conosciuto la fisiologia avrei trovato le risposte che cercavo. Fu così che quella che doveva essere un’indagine atta a placare la mia preoccupazione, divenne ben presto una presa di coscienza di quelle che erano state, fino ad allora, le mie capacità potenziali, alcune delle quali del tutto insospettabili e straordinarie. Inspiegabilmente la percezione che avevo di me cominciò a cambiare. Non provavo più quel disagio paralizzante tutte le volte che mi riflettevo allo specchio o mi confrontavo con gli altri, a questo era subentrato un piacevole senso di appartenenza che portava a percepirmi con compiacimento. Cominciai a sentirmi abitata da una consapevolezza mai sperimentata prima. Quello che più mi dispiaceva era di non poter dimostrare a Lucina cosa mi stesse accadendo. Avrei voluto rifare le scale con quella conquistata determinazione che finalmente mi dava la certezza di potere avere la meglio.
L’università e i rapporti interpersonali, per me sempre un dramma, ne furono la riprova. Tutto sembrava semplificarsi e una sicurezza nuova e stimolante mi metteva nelle condizioni di pensare che non ci fosse nulla che non potessi fare. Pensavo che l’incidente di Lucina non avesse fatto che mettere a nudo delle doti fino ad allora soffocate dalla presenza prevaricante di mia sorella. Il suo incidente me la portava fuori dai piedi e mi dava la possibilità di esprimermi liberamente. Andò avanti così per un po’fino a che divenne tutto così naturale da dimenticare insicurezze, tribolazioni e il percorso intrapreso per arrivare a quell’altra me così brillante e determinata.
Nessun commento:
Posta un commento