
Stavo seduta davanti al televisore quando la sentii gridare.
Era la prima volta che succedeva.
La vicina era un’anziana silenziosa che viveva da sola e raramente arrivavano indizi della sua presenza. Malgrado la cosa mi inquietasse feci finta di niente continuando a tenere lo sguardo fisso verso il televisore anche quando bussarono alla porta ripetutamente e con una certa veemenza. Fui tentata di andare ad aprire ma non mi mossi, violentando la mia natura incline a non tirarmi indietro davanti a qualcuno in difficoltà.
Rimasi immobile in attesa che i singhiozzi e il campanello smettessero. Ma l’attesa fu più lunga di quanto sperassi e se il campanello smise di suonare, i singhiozzi si trasformarono ben presto in un accesso di urla seguite da un silenzio agghiacciante.
Fu un attimo, che dico, un infinitesimo di secondo che bruciò l’attimo ai blocchi di partenza e mi ritrovai davanti alla porta di fronte. Bussai insistentemente prima che un uomo sulla cinquantina coi capelli brizzolati, unti e arruffati, si presentasse alla porta.
“Prego mi dica” lo disse senza inflessioni particolari. Il suo alito mi arrivò corrosivo e feroce, fu come respirare acido dentro il ventre di un dinosauro. Quell’uomo aveva qualcosa di bestiale e ancestrale che mi paralizzava. I suoi occhi sembravano di pietra, due sassi scuri che mi fissavano rendendomi incapace di qualsiasi atto di volontà. Per quanti sforzi facessi per svicolare dalla loro traiettoria non riuscivo ad andare oltre la lucida consapevolezza che stessi indietreggiando da quella soglia sospinta da una forza che prevaricava il mio controllo.
Mi ritrovai distesa sul letto sfinita e in un bagno di sudore.
La radiosveglia segnava le cinque del mattino e la tv mandava immagini mute di un film in bianco e nero con i sottotitoli in inglese.
Da un po’ di tempo facevo sogni orribili, incubi che non si esaurivano al risveglio ma mi rimanevano intrappolati dentro per intere giornate.
Malgrado il terrore di ripiombare nell’incubo da cui ero appena uscita avevo addosso una stanchezza così neutralizzante da obbligarmi a guadagnare l’altra parte del letto e rimettermi a dormire.
Era la prima volta che succedeva.
La vicina era un’anziana silenziosa che viveva da sola e raramente arrivavano indizi della sua presenza. Malgrado la cosa mi inquietasse feci finta di niente continuando a tenere lo sguardo fisso verso il televisore anche quando bussarono alla porta ripetutamente e con una certa veemenza. Fui tentata di andare ad aprire ma non mi mossi, violentando la mia natura incline a non tirarmi indietro davanti a qualcuno in difficoltà.
Rimasi immobile in attesa che i singhiozzi e il campanello smettessero. Ma l’attesa fu più lunga di quanto sperassi e se il campanello smise di suonare, i singhiozzi si trasformarono ben presto in un accesso di urla seguite da un silenzio agghiacciante.
Fu un attimo, che dico, un infinitesimo di secondo che bruciò l’attimo ai blocchi di partenza e mi ritrovai davanti alla porta di fronte. Bussai insistentemente prima che un uomo sulla cinquantina coi capelli brizzolati, unti e arruffati, si presentasse alla porta.
“Prego mi dica” lo disse senza inflessioni particolari. Il suo alito mi arrivò corrosivo e feroce, fu come respirare acido dentro il ventre di un dinosauro. Quell’uomo aveva qualcosa di bestiale e ancestrale che mi paralizzava. I suoi occhi sembravano di pietra, due sassi scuri che mi fissavano rendendomi incapace di qualsiasi atto di volontà. Per quanti sforzi facessi per svicolare dalla loro traiettoria non riuscivo ad andare oltre la lucida consapevolezza che stessi indietreggiando da quella soglia sospinta da una forza che prevaricava il mio controllo.
Mi ritrovai distesa sul letto sfinita e in un bagno di sudore.
La radiosveglia segnava le cinque del mattino e la tv mandava immagini mute di un film in bianco e nero con i sottotitoli in inglese.
Da un po’ di tempo facevo sogni orribili, incubi che non si esaurivano al risveglio ma mi rimanevano intrappolati dentro per intere giornate.
Malgrado il terrore di ripiombare nell’incubo da cui ero appena uscita avevo addosso una stanchezza così neutralizzante da obbligarmi a guadagnare l’altra parte del letto e rimettermi a dormire.



