giovedì 27 ottobre 2011

Groove IV



Stavo seduta davanti al televisore quando la sentii gridare.
Era la prima volta che succedeva.
La vicina era un’anziana silenziosa che viveva da sola e raramente arrivavano indizi della sua presenza. Malgrado la cosa mi inquietasse feci finta di niente continuando a tenere lo sguardo fisso verso il televisore anche quando bussarono alla porta ripetutamente e con una certa veemenza. Fui tentata di andare ad aprire ma non mi mossi, violentando la mia natura incline a non tirarmi indietro davanti a qualcuno in difficoltà.
Rimasi immobile in attesa che i singhiozzi e il campanello smettessero. Ma l’attesa fu più lunga di quanto sperassi e se il campanello smise di suonare, i singhiozzi si trasformarono ben presto in un accesso di urla seguite da un silenzio agghiacciante.
Fu un attimo, che dico, un infinitesimo di secondo che bruciò l’attimo ai blocchi di partenza e mi ritrovai davanti alla porta di fronte. Bussai insistentemente prima che un uomo sulla cinquantina coi capelli brizzolati, unti e arruffati, si presentasse alla porta.
“Prego mi dica” lo disse senza inflessioni particolari. Il suo alito mi arrivò corrosivo e feroce, fu come respirare acido dentro il ventre di un dinosauro. Quell’uomo aveva qualcosa di bestiale e ancestrale che mi paralizzava. I suoi occhi sembravano di pietra, due sassi scuri che mi fissavano rendendomi incapace di qualsiasi atto di volontà. Per quanti sforzi facessi per svicolare dalla loro traiettoria non riuscivo ad andare oltre la lucida consapevolezza che stessi indietreggiando da quella soglia sospinta da una forza che prevaricava il mio controllo.
Mi ritrovai distesa sul letto sfinita e in un bagno di sudore.
La radiosveglia segnava le cinque del mattino e la tv mandava immagini mute di un film in bianco e nero con i sottotitoli in inglese.
Da un po’ di tempo facevo sogni orribili, incubi che non si esaurivano al risveglio ma mi rimanevano intrappolati dentro per intere giornate.
Malgrado il terrore di ripiombare nell’incubo da cui ero appena uscita avevo addosso una stanchezza così neutralizzante da obbligarmi a guadagnare l’altra parte del letto e rimettermi a dormire.

domenica 23 ottobre 2011

Groove III





A giudicare dalle nostre facce, sembrava ci divertissimo molto, anche se, salire e scendere le scale a piedi uniti e gambe tese, non è che ad un osservatore esterno dovesse apparire chissà quale divertimento; ma per noi era la cosa più eccitante che riuscissimo a fare fin da bambine. E malgrado non avessimo più l’età per certi giochi, tutte le volte che potevamo, finivamo per sfidarci davanti al pianerottolo di casa. Vinceva chi faceva più rampe di scale.
Lucina era quella che statisticamente contava più vittorie e non solo perché il fisico l’aiutava ma soprattutto perché era la più determinata a vincere. Ne faceva sempre una questione di vittorie e sconfitte, di vincitori e vinti ed era una di quelle che non voleva né sapeva perdere. E anche se si trattava di uno stupido gioco, avrebbe dovuto, comunque, avere la meglio.
Quel giorno, però, successe qualcosa d’imprevisto: tra un gradino e l’altro, su in cima alle scale, mentre si apprestava ad esultare per l’ennesima vittoria, perse l’equilibrio e rotolò giù sbattendo ripetutamente la testa fino a fare un tonfo sul pianerottolo di casa.
Fu così che la sorella venuta meglio, quella più dotata, si ritrovò paralizzata dalla vita in giù e con un deficit cognitivo di una certa gravità.
Solo che quando ripensai all’incidente, lo vidi in un modo ben diverso da come l’avevo raccontato ed ero pronta a giurare che Lucina giù per le scale si fosse buttata di sua volontà, che avesse spalancato le braccia e si fosse lasciata cadere indietro.
Ma come poteva essere vero? un gesto insensato come quello non era da lei.
Comunque fosse andata, in fondo in fondo, una lezione la meritava, sempre con quella spocchia da prima della classe che gettava ombra su chiunque le stesse vicino. Era difficile riuscire ad elaborare un discorso sensato quando in una discussione era coinvolta lei: era scattante, veloce come quando faceva le scale e non permetteva di esprimere il proprio parere a chi come me aveva un’intelligenza un po’più riflessiva. Una vera prevaricatrice strafottente che spesso mi raffiguravo come un despota della peggiore specie. Di certo non le avevo augurato di finire in quello stato, semmai qualcosa di meno tragico. Lo pensavo e un momento dopo mi pentivo. Non tanto per il pensiero deprecabile quanto per il maledetto senso di colpa che illividiva le mie giornate malgrado tutto. Eppure me lo sentivo, non ero la sola a fare certi pensieri, non ne avevo la certezza assoluta, ma lo annusavo dai comportamenti della gente, dall’eccesso di benevolenza gratuita che mal celava qualcosa da farsi perdonare. Sapevo che se solo avessi trovato il modo di entrare nella testa della gente, se solo avessi avuto accesso alle stanze sigillate che custodivano i pensieri più reconditi, avrei raccolto sufficienti prove di colpevolezza. Prove che le pulsioni più bieche, gli istinti più bassi e inconfessabili albergano in ognuno di noi. Avrei fotografato, annotato, indagato e finalmente mi sarei sentita meno sola. Ne ero sicura, non ero la sola a fare certi pensieri.
Ma a giudicare da quello che provavo non era una consolazione.
Dopo l’incidente di Lucina la scoperta che gli eventi non sempre accadevano come li raccontavo o come li ricordavo, mi induceva sempre più spesso a pensare che ci fosse un qualche vizio nel meccanismo di elaborazione della memoria, qualcosa che nella mia testa non funzionava come doveva, distorcendo la realtà di fatto. Sdoppiata irrimediabilmente tra ciò che ricordavo e ciò che realmente accadeva cominciai a pensare che fossi affetta da un disturbo della memoria e pertanto avvezza a mentire. Non menzogne consapevoli ma dichiarazioni che reputavo vere e che in seguito mi avrebbero instillato il serpiginoso dubbio che in loro fosse insita una falsificazione inconscia dei fatti. A volte avevo dei ricordi che cozzavano tra loro, versioni diverse del medesimo ricordo che mi disorientavano. Tentare di capire quello che mi stava accadendo diventò un pensiero costante, tanto che cominciai ad interessarmi al funzionamento del sistema nervoso convinta che se ne avessi conosciuto la fisiologia avrei trovato le risposte che cercavo. Fu così che quella che doveva essere un’indagine atta a placare la mia preoccupazione, divenne ben presto una presa di coscienza di quelle che erano state, fino ad allora, le mie capacità potenziali, alcune delle quali del tutto insospettabili e straordinarie. Inspiegabilmente la percezione che avevo di me cominciò a cambiare. Non provavo più quel disagio paralizzante tutte le volte che mi riflettevo allo specchio o mi confrontavo con gli altri, a questo era subentrato un piacevole senso di appartenenza che portava a percepirmi con compiacimento. Cominciai a sentirmi abitata da una consapevolezza mai sperimentata prima. Quello che più mi dispiaceva era di non poter dimostrare a Lucina cosa mi stesse accadendo. Avrei voluto rifare le scale con quella conquistata determinazione che finalmente mi dava la certezza di potere avere la meglio.
L’università e i rapporti interpersonali, per me sempre un dramma, ne furono la riprova. Tutto sembrava semplificarsi e una sicurezza nuova e stimolante mi metteva nelle condizioni di pensare che non ci fosse nulla che non potessi fare. Pensavo che l’incidente di Lucina non avesse fatto che mettere a nudo delle doti fino ad allora soffocate dalla presenza prevaricante di mia sorella. Il suo incidente me la portava fuori dai piedi e mi dava la possibilità di esprimermi liberamente. Andò avanti così per un po’fino a che divenne tutto così naturale da dimenticare insicurezze, tribolazioni e il percorso intrapreso per arrivare a quell’altra me così brillante e determinata.

giovedì 13 ottobre 2011





Quest’anno amore mio abbiamo perso alcune persone care, se ne sono andate più o meno in silenzio.
Altre hanno cominciato a logorarsi e disfarsi lasciando lungo la strada schegge pungenti di sofferenza e malinconia.
Malinconia per ciò che non è stato e mai potrà essere.
In compenso amore mio ne abbiamo incontrate altre che alleggeriscono il peso di quelle scomparse.
Perché la meraviglia che chiamiamo amore riesce a colmare il vuoto con numerose instabili perfezioni, di una bellezza in bilico ma accettabile.

mercoledì 12 ottobre 2011

Groove II



Qualche giorno dopo, la notizia la diedero anche alla radio.
La sentii dalla cucina mentre preparavo due uova strapazzate con pancetta affumicata.
Mi sembrò il rewind di un film dell’orrore che avevo tentato di cancellare.
Per un attimo, l’odore nauseabondo di materia grigia rigurgitata sul tavolo si ripresentò così intenso da non farmi più percepire il profumo della pancetta che si stava abbrustolendo.
Spensi la radio e tornai in cucina.
Il mal di testa non mi lasciava da allora, si era attenuato dopo una massiccia dose di analgesico ma era sempre presente, costante e fastidioso rumore di fondo a martellarmi le tempie obbligandomi a tenere gli occhi socchiusi.
Dovevo dormire.
Tirai fuori dal fuoco la padella e la misi da parte.
Mi sdraiai sul divano con gli auricolari conficcati nelle orecchie e musica a palla nella testa.
Invisible do what you want do what you want there’s an empty space inside my heart I will slip into the groove and cut me up and cut me up straordinaria sensazione di forza e leggerezza non solo sensazione forza tangibile in corpo che vibra dalle viscere alla superficie dentro ai muscoli e alle ossa strumento che risuona con l’impulso ritmico che sfrena il cervello anestetico che libera dal dolore I’ll set you free senza obnubilare dance around a pit the darkness is beneath muoversi come quel ritmo comanda come ubbidire a un dio inevitabile e invisible just to feed your fast ballooning head listen to your heart do what we want do what we want do we want we want want want come fanno i topi quando i gatti vanno a ballare senza l’assillo di doversi nutrire come fanno le iene senza le loro prede come fanno le vittime senza i loro carnefici senza catene tutti liberi da leggi fisiche e vincoli divini tutti con la testa e il cuore liberi a ballare intorno al pozzo con la luna in mano e la testa vuota e il cuore pieno di spazi da non dover occupare dove andare a dormire senza paura che i gatti tornino e i topi non possano più ballare slowly we unfurl as lotus flowers.
Non conoscevo quelle parole ma erano nella mia testa, nei movimenti che quel groove comandava, dovevo solo ascoltarle e anche il dolore sarebbe tornato al suo posto.

domenica 9 ottobre 2011

Groove I



Passarono si e no una manciata di secondi da che pronunciò quelle parole.Si e no dieci, forse venti, prima che il cervello implodesse fuoriuscendo dalle narici e dalle orecchie, scolo di colore indefinibile che si riversò sul tavolo mollemente.
Nessuno seppe spiegare cosa fosse successo.
Si parlò di ictus, di emorragia e poi di virus e saccaromiceti.
La causa rimase un mistero.
Fu il primo caso e a quello ne seguirono altri, tutti allo stesso modo, tutti col cervello frollo come rifiuto organico rigurgitato da scarichi intasati.
Quando arrivò l’ambulanza era già morto, ma lo era ancor prima che qualcuno la chiamasse.
Lo spettacolo era raccapricciante sia alla vista che all’olfatto: quella roba schizzata via dal naso, dagli occhi e dalle orecchie, puzzava come una carogna.
Infatti all’orrore iniziale che paralizzò gli astanti, subentrò l’urgenza di abbandonare la stanza per guadagnare aria.
Quelli che seguirono furono giorni di domande senza risposte plausibili, di congetture, di ipotesi convincenti di lì a poco dissoltesi nel nulla.
Nessuno riusciva a farsene una ragione.
L’avvocato scoppiava di salute. Sulla quarantina con una stazza da centrocampista di sfondamento, bello come il sole, se non per alcune espressioni torbide del viso che tradivano la sua natura abietta. Tanto che, passato lo sconquasso iniziale, più di uno cominciò a pensare che qualsiasi cosa gli fosse successa e malgrado il modo terribile, se proprio a qualcuno doveva capitare, non era stato un male fosse capitato a lui perché quel tipo, quando ci si metteva, era proprio una gran merda d’uomo, uno che a volte ti faceva venir voglia di spaccargliela la testa.
Di quei pensieri che si fanno ma raramente si mettono in pratica.
Di quelle cose che viene naturale pensare quando ci si trova davanti un tipo come lui; che se il fatto non si fosse verificato davanti agli occhi increduli di tutti, sarebbe sorto il ragionevole dubbio che qualcuno l’avesse ammazzato.

mercoledì 15 giugno 2011




L’ansia si sta mangiando l’aria che respiro.
Continuo a boccheggiare tentando di fregarla in partenza ma è più veloce di qualsiasi calcolata strategia lasciandomi come un tossico alla ricerca di una dose.

martedì 4 gennaio 2011

ACQUASANTA

I
Mia madre ha avuto un altro dei suoi attacchi di panico. L’ho capito da come sta incollata al televisore. I suoi attacchi di panico sono lampi di luce che le annebbiano la vista, paradosso curioso che sembra la metafora della sua vita. Quando l’ho accompagnata a fare la visita oculistica era tutto a posto. Ma mentre si ostinava a riconoscere una G troppo piccola per chiunque, l’oculista mi ha presa da parte e mi ha detto che una cecità transitoria, in alcuni casi, può essere la manifestazione di un attacco di panico e mi ha consigliato di consultare uno psichiatra.
ADT li ha etichettati lo psichiatra, come se la brevità dell’acronimo potesse in qualche modo rendere meno pesante la diagnosi. Poi così come l’oculista mi ha presa da parte e mi ha chiesto se non c’era qualcos’altro, magari un evento che l’avesse scossa e di cui non aveva parlato. Ho pensato all’unico fatto che negli ultimi tempi avrebbe potuto crearle dei problemi: essere venuta a vivere da me. Ma ho scrollato le spalle e mi sono congedata stringendogli la mano.
Da allora gli attacchi di panico si sono fatti sempre più frequenti, anche se lei fa l’indifferente tentando di negare l’evidenza. Come adesso che, senza neppure voltarsi, mi comunica che per il Sagittario e per la Vergine questa è una settimana buona. L’oroscopo e le carte sono diventati il suo passatempo. Ha voluto che le comprassi le Sibille, carte grandi che parlano da sole e a volte anch’io le interrogo. Qualche giorno fa ho spezzato il mazzo con la mano sinistra, quella del cuore. Dicono che la mano sia importante. Ho sventagliato le carte e ne ho pescate sei. Volevo sapere della bambina, se si sveglierà, se sentirò la sua voce. Ma le carte hanno parlato in un modo che non ho capito e da allora mi è presa la frenesia di interrogarle. La Giovane Fanciulla, i Sospiri, la Casa, I Deliranti, in un modo o nell’altro, tornano sempre. Cerco di metterle insieme in modi diversi, di giudicarle secondo combinazioni variabili, ma continuano a lasciarmi appesa a speranze finora disattese.
Oggi ho creduto di perderla la bambina: ha sussultato con un movimento sincopato del petto che mi ha fatto pensare che se ne stesse andando. Il suo pallore è diventato più livido, come la terra argillosa delle zone paludose in cui sono nata. Forse è proprio in una palude che si trova, tenta di uscire ma tutto ciò a cui si aggrappa le scivola dalle mani viscido e limaccioso.
Quando è arrivato il medico di turno si era già assestata, ma il colore cretaceo le è rimasto in faccia come un avvertimento.