Qui dall’alto il panorama è mozzafiato.
Una macchia verde su un panno azzurro.
Ho la sensazione che la terra sia tutta qui, un appezzamento di terreno in collina che galleggia sul mare.
Il mare è dovunque guardi e non si distingue dal cielo se non per una leggera foschia che in lontananza accenna a condensarsi.
Silenzio.
Ogni tanto i muratori dei fossi in cima lanciano voci che rimbombano lungo il costone, la lambretta che trasporta il materiale si avvicina, passa lungo lo sterrato che attraversa i passaggi alle sepolture e si dirige velocemente verso l’alto.
Sì, esiste un posto ancora più alto di dove sono io, a ridosso della montagna c’è ancora terra da scavare, c’è ancora spazio per chi vuole venire a morirci.
Mi chiedo chi ti abbia portato questi fiori orrendi essiccati prematuramente dalla calura insostenibile di questi ultimi due giorni di agosto.
Sono fiori osceni sottomessi dal peso ridicolo della corolla sbiadita.
Sono fiori da morti, lasciati qui per lavarsi la coscienza.
Puzzano, marci dentro vasi di pietra.
Tu sorridi agghindata a festa, gli occhi vitrei e le guance rosse.
Troppo ombretto in quella circostanza, sembri una star da circo.
Tu non lo eri, non lo eri affatto, ma ti hanno ritoccato così come si conviene a tutte le foto per le lapidi.
Io preferisco ricordarti un po’ più dimessa, senza ritocchi ad edulcorare la tua memoria.
E i fiori li faccio confezionare come quando te li portavo a casa, rose bianche e tulipani gialli, dentro cellofan e retino rosso.
Tutte le volte che vado dai fiorai davanti al cimitero mi guardano con sospetto.
Ma io insisto, sì, li voglio con cellofan e retino rosso.
Poi scarto tutto e li sistemo.
Voglio che tutto sia sempre perfetto.
Ma qualcuno, a volte, viene ad infangare la tua memoria con mazzi di margherite appassite dai colori posticci, tanto si sa, i morti non vedono.
Cazzate.
Se i morti non vedono non venite a trovarli.
Non portate sulle loro tombe fiori che vi facciano dormire sonni più tranquilli.
Quando l’ho detto a Caterina mi ha dato della troia ed è andata via incazzata.
Qui, davanti a te, sopra la tua casa abbiamo discusso anche di questo.
Ma forse lo sai già.
Tu hai sempre saputo tutto.
Anche la fine che avresti fatto.
Qui, su questa collina a goderti il panorama eterno della terra che penetra il mare in un amplesso di rara sensualità.
Era qui che volevi venire.
Me lo hai detto fino all’ultimo, fra poco vado a godermi il panorama.
Io non capivo ma non facevo domande.
Lo sai, tra noi è sempre stato così, tu che parlavi e io che ascoltavo senza dire una parola perché i tuoi discorsi non richiedevano repliche solo domande taciute, annotate in silenzio per essere chiarite dopo, in tua assenza.
Donna tutta d’un pezzo, da non interrompere mentre parlava, alla quale non mostrare la mia indolente ignoranza su quasi tutto quello che diceva.
Tu di vita ne hai vissuta tanta, io non mi sono mai mossa da qui, da questa periferia del mondo che si spaccia per metropoli del sud.
E’ tutto relativo, hai sempre detto, c’è sempre un sud del sud e un nord del sud, c’è sempre un peggio.
I muratori cantano.
Loro cantano sempre, non capisco come cantino col caldo che fa.
Fanno su e giù con la lambretta carica di calcinaccio e cantano.
A volte si fermano e gridano qualcosa a quelli che stanno sotto.
E penso che anche in questo caso esiste un nord e un sud.
Quelli del sud sono i più disgraziati, come sempre, costretti a lavorare a ridosso di un costone sul quale batte il sole impietoso fino al pomeriggio.
Sì, qui ci sono venuta a tutte le ore e ho imparato a leggere le svariate ombre che disegna la luce su questa parte di montagna offesa da picconi e pale.
Una volta ci ho pure portato Igor ma lui non ha gradito.
Mi ha detto, i cimiteri sono tutti uguali, posti da non frequentare.
Poi ha aggiunto, sei come tua madre, tua madre sanno tutti che fine ha fatto.
E ancora una volta la sua paura mi ha aggredito come un fendente conficcato in mezzo al petto.
Da allora non parlo più delle mie sortite in questo posto.
Né con lui, né con altri.
Questo rimarrà il nostro segreto, scavato nella montagna che galleggia sopra al mare.
Una macchia verde su un panno azzurro.
Ho la sensazione che la terra sia tutta qui, un appezzamento di terreno in collina che galleggia sul mare.
Il mare è dovunque guardi e non si distingue dal cielo se non per una leggera foschia che in lontananza accenna a condensarsi.
Silenzio.
Ogni tanto i muratori dei fossi in cima lanciano voci che rimbombano lungo il costone, la lambretta che trasporta il materiale si avvicina, passa lungo lo sterrato che attraversa i passaggi alle sepolture e si dirige velocemente verso l’alto.
Sì, esiste un posto ancora più alto di dove sono io, a ridosso della montagna c’è ancora terra da scavare, c’è ancora spazio per chi vuole venire a morirci.
Mi chiedo chi ti abbia portato questi fiori orrendi essiccati prematuramente dalla calura insostenibile di questi ultimi due giorni di agosto.
Sono fiori osceni sottomessi dal peso ridicolo della corolla sbiadita.
Sono fiori da morti, lasciati qui per lavarsi la coscienza.
Puzzano, marci dentro vasi di pietra.
Tu sorridi agghindata a festa, gli occhi vitrei e le guance rosse.
Troppo ombretto in quella circostanza, sembri una star da circo.
Tu non lo eri, non lo eri affatto, ma ti hanno ritoccato così come si conviene a tutte le foto per le lapidi.
Io preferisco ricordarti un po’ più dimessa, senza ritocchi ad edulcorare la tua memoria.
E i fiori li faccio confezionare come quando te li portavo a casa, rose bianche e tulipani gialli, dentro cellofan e retino rosso.
Tutte le volte che vado dai fiorai davanti al cimitero mi guardano con sospetto.
Ma io insisto, sì, li voglio con cellofan e retino rosso.
Poi scarto tutto e li sistemo.
Voglio che tutto sia sempre perfetto.
Ma qualcuno, a volte, viene ad infangare la tua memoria con mazzi di margherite appassite dai colori posticci, tanto si sa, i morti non vedono.
Cazzate.
Se i morti non vedono non venite a trovarli.
Non portate sulle loro tombe fiori che vi facciano dormire sonni più tranquilli.
Quando l’ho detto a Caterina mi ha dato della troia ed è andata via incazzata.
Qui, davanti a te, sopra la tua casa abbiamo discusso anche di questo.
Ma forse lo sai già.
Tu hai sempre saputo tutto.
Anche la fine che avresti fatto.
Qui, su questa collina a goderti il panorama eterno della terra che penetra il mare in un amplesso di rara sensualità.
Era qui che volevi venire.
Me lo hai detto fino all’ultimo, fra poco vado a godermi il panorama.
Io non capivo ma non facevo domande.
Lo sai, tra noi è sempre stato così, tu che parlavi e io che ascoltavo senza dire una parola perché i tuoi discorsi non richiedevano repliche solo domande taciute, annotate in silenzio per essere chiarite dopo, in tua assenza.
Donna tutta d’un pezzo, da non interrompere mentre parlava, alla quale non mostrare la mia indolente ignoranza su quasi tutto quello che diceva.
Tu di vita ne hai vissuta tanta, io non mi sono mai mossa da qui, da questa periferia del mondo che si spaccia per metropoli del sud.
E’ tutto relativo, hai sempre detto, c’è sempre un sud del sud e un nord del sud, c’è sempre un peggio.
I muratori cantano.
Loro cantano sempre, non capisco come cantino col caldo che fa.
Fanno su e giù con la lambretta carica di calcinaccio e cantano.
A volte si fermano e gridano qualcosa a quelli che stanno sotto.
E penso che anche in questo caso esiste un nord e un sud.
Quelli del sud sono i più disgraziati, come sempre, costretti a lavorare a ridosso di un costone sul quale batte il sole impietoso fino al pomeriggio.
Sì, qui ci sono venuta a tutte le ore e ho imparato a leggere le svariate ombre che disegna la luce su questa parte di montagna offesa da picconi e pale.
Una volta ci ho pure portato Igor ma lui non ha gradito.
Mi ha detto, i cimiteri sono tutti uguali, posti da non frequentare.
Poi ha aggiunto, sei come tua madre, tua madre sanno tutti che fine ha fatto.
E ancora una volta la sua paura mi ha aggredito come un fendente conficcato in mezzo al petto.
Da allora non parlo più delle mie sortite in questo posto.
Né con lui, né con altri.
Questo rimarrà il nostro segreto, scavato nella montagna che galleggia sopra al mare.
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