Sono tornata a casa.
Casa è l’irrilevante disordine del mio appartamento.
Lo credevo fino a qualche giorno fa. Adesso il disordine mi crea un ottuso disagio.
Osservo la pletora di colori che macchia e fodera tutto e mi sembra troppo.
Troppo finto tutto dopo essere stata laddove l’unica finzione è rappresentata dalla presenza umana.
Non una foto di quel luogo, sarebbe stato l’ennesimo sfregio, un ridicolo tentativo di riprodurre ciò che la natura fa in modo perfetto, semplicemente, esistendo.
Troppo anche in termini di quantità, una babele di superfluo che metastatizza ovunque facendomi dimenticare com’era l’originale prima del danno. E mi disorienta questo intersecarsi di prospettive: esiste qualcosa fuori da me o nulla è, se non filtrato dalla mia essenza? Domanda inveterata che si ripropone con una prepotenza e un vigore adolescenziali.
Sto morendo di lutto e vacuità, sto morendo di bisogni posticci mentre innalzo la tomba dentro cui mi sotterreranno abbondanza e stupidità.
Continuo ad abbuffarmi di cose inutili che non saziano la bulimica inclinazione a riempire il vuoto senza valutare la possibilità che ci sono spazi che non andrebbero colmati.
Silenzio, solo silenzio adesso, l’unico vero bisogno che meriti attenzione.
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