Oggi Mari ha detto che mi vede bene.
Le sue mani addosso sono scivolate come non facevano da tempo.
Si sono addentrate in tutti gli interstizi possibili, negli anfratti più dimenticati e sono state accolte con arsura come l’alveo di magra riceve i primi fiotti piovani. Nessuna resistenza tra le sue mani e la mia carne.
Oggi ero una spugna morbida che ha assorbito avidamente.
Ho pure spiegato le scapole, rudimentale abbozzo di ali che lei dice mi accingo ad esporre.
Un bel paio di ali con le quali spiccherò il volo dal suo lettino. Nessuno ci pensa mai a questo aborto d’ali, a questa frustrazione che si consuma nel ventre materno quando trasformiamo in coriaceo osso ciò che morbido e sinuoso nasce cartilagineo, come se ce la dovessimo guadagnare a fatica la libertà di volare.
Ma io ci sto provando e lei mi aiuta prendendosi cura del mio corpo attraverso le sue mani prodigiose come quelle del vecchio. Molte mani sono passate sulla mia pelle ma si sono fermate all’epidermide con negligenza, mani distratte che l’hanno lambita per mestiere, un mestiere esercitato male e di fretta, in attesa del prossimo corpo senza identità. Nessuna passione in quelle mani, nessuna consapevolezza e dedizione, nessun tentativo di capire, comunicare, esplorare.
Loro non sapevano che le scapole sono ali in fieri.
La gente è cieca e sorda e muta rimbecillita dalle apparenze e dall’effimero.
Mari no, Mari si è conquistata un posto in prima fila sotto il palco della mia intimità.
Lei è una dalla consapevolezza sveglia e brillante, una forza di braccia, gambe, addome, muscoli e cervello.
Mari è la donna del mio corpo.
Generosa, desiderosa di offrirsi attraverso appendici vigorose e delicate che mi rimandano continuamente alle mani del vecchio.
Anche lei bella, di una bellezza a tutto tondo di cui ti puoi fidare. Niente fottute dentro il suo catalitico corpo. E quando dico corpo comprendo anche quella che tanti chiamano anima e la cercano nel cuore, io chiamo dignità e fisso nel peso variabile della materia grigia che abita la nostra testa.
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