lunedì 21 dicembre 2009


Arrugginite convinzioni obliterano il varco che sottende l’azione.
L’immobilità è la regola e il cigolio di vecchie carcasse che tentano l’ultimo movimento
infastidisce il silenzio colpevole che si spaccia per discrezione.
Mi spaccherei la faccia con una spranga di ferro e con quella stessa faccia andrei in giro a infettare di malattia ogni seppur microscopica ferita che generi una soluzione di continuità permettendomi il passaggio.
Ma che parole orribili la vigilia di natale! Orribili e oscene davanti a Gesù bambino che dorme avvolto nella sua coperta di cashmere: gliel’hanno portata ieri ed erano in tre, stavano lì impalati in silenzio e il più grasso la reggeva a due mani, colava di sangue agli angoli ma Gesù ha spalancato le braccia e se l’è stretta addosso. In fondo il freddo è freddo per tutti e Gesù è solo un bambino.

giovedì 26 novembre 2009





Tira su la gonna e dice guarda.
Mi avvicino e ci guardo dentro le mutande ma non vedo nulla.
Ma sento il profumo di pulito della sua roba.
Da dormirci dentro. Rimango china per un po’.
Ritorno al mio posto, si sistema la gonna e un’altra folata di panni puliti mi arriva addosso.
Continua a dirmi che sotto le mutande le sta crescendo qualcosa.
La chiama materia quella cosa, dice che assomiglia alla carne di suo padre.
Io non ho visto nulla ma non lo dico.
Lei continua a fendere l’aria con i suoi artigli laccati di rosso e mentre lo fa mi ritorna addosso il suo profumo.
Vorrei fermarla la sua follia, eppure in quella follia vorrei perdermi.
Ficcare la testa dentro i suoi seni enormi, immensi, accoglienti.
Sniffare il suo profumo di pulito, pulire tutta la roba vecchia che ho dentro e tornare illibata.
Dirle, accarezzami la testa pupa, lisciami i capelli con le tue spazzole preziose, quelle d’argento che tieni sul comò, trattami come una bambola, vestimi dei tuoi vestiti profumati, baciami la bocca stretta e soffiaci dentro fino a gonfiarmi i seni e arrotondarmi la carne sopra le ossa incatenate, dammi da mangiare pupa, passami la tua sensuale abbondanza che richiama certezze, raccontami le storie assurde che solo tu sai raccontare, poi mettimi a dormire in mezzo al tuo profumo e amami ad oltranza, amami fino a dove sai arrivare.
Ma intanto carezzami e continua a parlare, parla ancora della materia nuova che ti sta trasformando.
Io mi distendo qui sulla tua pancia e dormo.
Sogno la bellezza della tua follia, semplice, domestica che mi viene a salvare.
Dormo un sonno profondo di sogni felici.
Di quelli che non mi vorrei più svegliare, che quando mi sveglio vorrò tornare a dormire.

mercoledì 25 novembre 2009





Qui dall’alto il panorama è mozzafiato.
Una macchia verde su un panno azzurro.
Ho la sensazione che la terra sia tutta qui, un appezzamento di terreno in collina che galleggia sul mare.
Il mare è dovunque guardi e non si distingue dal cielo se non per una leggera foschia che in lontananza accenna a condensarsi.
Silenzio.
Ogni tanto i muratori dei fossi in cima lanciano voci che rimbombano lungo il costone, la lambretta che trasporta il materiale si avvicina, passa lungo lo sterrato che attraversa i passaggi alle sepolture e si dirige velocemente verso l’alto.
Sì, esiste un posto ancora più alto di dove sono io, a ridosso della montagna c’è ancora terra da scavare, c’è ancora spazio per chi vuole venire a morirci.
Mi chiedo chi ti abbia portato questi fiori orrendi essiccati prematuramente dalla calura insostenibile di questi ultimi due giorni di agosto.
Sono fiori osceni sottomessi dal peso ridicolo della corolla sbiadita.
Sono fiori da morti, lasciati qui per lavarsi la coscienza.
Puzzano, marci dentro vasi di pietra.
Tu sorridi agghindata a festa, gli occhi vitrei e le guance rosse.
Troppo ombretto in quella circostanza, sembri una star da circo.
Tu non lo eri, non lo eri affatto, ma ti hanno ritoccato così come si conviene a tutte le foto per le lapidi.
Io preferisco ricordarti un po’ più dimessa, senza ritocchi ad edulcorare la tua memoria.
E i fiori li faccio confezionare come quando te li portavo a casa, rose bianche e tulipani gialli, dentro cellofan e retino rosso.
Tutte le volte che vado dai fiorai davanti al cimitero mi guardano con sospetto.
Ma io insisto, sì, li voglio con cellofan e retino rosso.
Poi scarto tutto e li sistemo.
Voglio che tutto sia sempre perfetto.
Ma qualcuno, a volte, viene ad infangare la tua memoria con mazzi di margherite appassite dai colori posticci, tanto si sa, i morti non vedono.
Cazzate.
Se i morti non vedono non venite a trovarli.
Non portate sulle loro tombe fiori che vi facciano dormire sonni più tranquilli.
Quando l’ho detto a Caterina mi ha dato della troia ed è andata via incazzata.
Qui, davanti a te, sopra la tua casa abbiamo discusso anche di questo.
Ma forse lo sai già.
Tu hai sempre saputo tutto.
Anche la fine che avresti fatto.
Qui, su questa collina a goderti il panorama eterno della terra che penetra il mare in un amplesso di rara sensualità.
Era qui che volevi venire.
Me lo hai detto fino all’ultimo, fra poco vado a godermi il panorama.
Io non capivo ma non facevo domande.
Lo sai, tra noi è sempre stato così, tu che parlavi e io che ascoltavo senza dire una parola perché i tuoi discorsi non richiedevano repliche solo domande taciute, annotate in silenzio per essere chiarite dopo, in tua assenza.
Donna tutta d’un pezzo, da non interrompere mentre parlava, alla quale non mostrare la mia indolente ignoranza su quasi tutto quello che diceva.
Tu di vita ne hai vissuta tanta, io non mi sono mai mossa da qui, da questa periferia del mondo che si spaccia per metropoli del sud.
E’ tutto relativo, hai sempre detto, c’è sempre un sud del sud e un nord del sud, c’è sempre un peggio.
I muratori cantano.
Loro cantano sempre, non capisco come cantino col caldo che fa.
Fanno su e giù con la lambretta carica di calcinaccio e cantano.
A volte si fermano e gridano qualcosa a quelli che stanno sotto.
E penso che anche in questo caso esiste un nord e un sud.
Quelli del sud sono i più disgraziati, come sempre, costretti a lavorare a ridosso di un costone sul quale batte il sole impietoso fino al pomeriggio.
Sì, qui ci sono venuta a tutte le ore e ho imparato a leggere le svariate ombre che disegna la luce su questa parte di montagna offesa da picconi e pale.
Una volta ci ho pure portato Igor ma lui non ha gradito.
Mi ha detto, i cimiteri sono tutti uguali, posti da non frequentare.
Poi ha aggiunto, sei come tua madre, tua madre sanno tutti che fine ha fatto.
E ancora una volta la sua paura mi ha aggredito come un fendente conficcato in mezzo al petto.
Da allora non parlo più delle mie sortite in questo posto.
Né con lui, né con altri.
Questo rimarrà il nostro segreto, scavato nella montagna che galleggia sopra al mare.

martedì 24 novembre 2009

http://www.youtube.com/watch?v=VqgggIMK7Ic&NR=1

Strappami al silenzio ottico di questa macchia refrattaria alla luce
Prova ad esserlo per me
Un colore diverso dal nero del fondo di questa materia insensibile
Cospargimi la testa di forme che possano dargli un nome
Sussurrami il suo odore tra le tempie e la faccia
Il suo sapore dalle labbra alla gengiva
Voglio invocarlo nell’arrogante oscurità di questa tenebra indissolubile.

giovedì 1 ottobre 2009

Sono tornata a casa.
Casa è l’irrilevante disordine del mio appartamento.
Lo credevo fino a qualche giorno fa. Adesso il disordine mi crea un ottuso disagio.
Osservo la pletora di colori che macchia e fodera tutto e mi sembra troppo.
Troppo finto tutto dopo essere stata laddove l’unica finzione è rappresentata dalla presenza umana.
Non una foto di quel luogo, sarebbe stato l’ennesimo sfregio, un ridicolo tentativo di riprodurre ciò che la natura fa in modo perfetto, semplicemente, esistendo.
Troppo anche in termini di quantità, una babele di superfluo che metastatizza ovunque facendomi dimenticare com’era l’originale prima del danno. E mi disorienta questo intersecarsi di prospettive: esiste qualcosa fuori da me o nulla è, se non filtrato dalla mia essenza? Domanda inveterata che si ripropone con una prepotenza e un vigore adolescenziali.
Sto morendo di lutto e vacuità, sto morendo di bisogni posticci mentre innalzo la tomba dentro cui mi sotterreranno abbondanza e stupidità.
Continuo ad abbuffarmi di cose inutili che non saziano la bulimica inclinazione a riempire il vuoto senza valutare la possibilità che ci sono spazi che non andrebbero colmati.
Silenzio, solo silenzio adesso, l’unico vero bisogno che meriti attenzione.

venerdì 7 agosto 2009

Oggi Mari ha detto che mi vede bene.
Le sue mani addosso sono scivolate come non facevano da tempo.
Si sono addentrate in tutti gli interstizi possibili, negli anfratti più dimenticati e sono state accolte con arsura come l’alveo di magra riceve i primi fiotti piovani. Nessuna resistenza tra le sue mani e la mia carne.
Oggi ero una spugna morbida che ha assorbito avidamente.
Ho pure spiegato le scapole, rudimentale abbozzo di ali che lei dice mi accingo ad esporre.
Un bel paio di ali con le quali spiccherò il volo dal suo lettino. Nessuno ci pensa mai a questo aborto d’ali, a questa frustrazione che si consuma nel ventre materno quando trasformiamo in coriaceo osso ciò che morbido e sinuoso nasce cartilagineo, come se ce la dovessimo guadagnare a fatica la libertà di volare.
Ma io ci sto provando e lei mi aiuta prendendosi cura del mio corpo attraverso le sue mani prodigiose come quelle del vecchio. Molte mani sono passate sulla mia pelle ma si sono fermate all’epidermide con negligenza, mani distratte che l’hanno lambita per mestiere, un mestiere esercitato male e di fretta, in attesa del prossimo corpo senza identità. Nessuna passione in quelle mani, nessuna consapevolezza e dedizione, nessun tentativo di capire, comunicare, esplorare.
Loro non sapevano che le scapole sono ali in fieri.
La gente è cieca e sorda e muta rimbecillita dalle apparenze e dall’effimero.
Mari no, Mari si è conquistata un posto in prima fila sotto il palco della mia intimità.
Lei è una dalla consapevolezza sveglia e brillante, una forza di braccia, gambe, addome, muscoli e cervello.
Mari è la donna del mio corpo.
Generosa, desiderosa di offrirsi attraverso appendici vigorose e delicate che mi rimandano continuamente alle mani del vecchio.
Anche lei bella, di una bellezza a tutto tondo di cui ti puoi fidare. Niente fottute dentro il suo catalitico corpo. E quando dico corpo comprendo anche quella che tanti chiamano anima e la cercano nel cuore, io chiamo dignità e fisso nel peso variabile della materia grigia che abita la nostra testa.

sabato 25 luglio 2009




















“ Il colore mi aiuta a vivere. Se penso al nero penso alla morte, mi aiuterà a morire.”
E’ tutto nero laggiù un nero che aiuta a vivere e a morire
A lei sarebbe piaciuto
Nero rassicurante ultimo anello di una catena di luce che sporca
E si insinua dentro ferite ed interstizi
Polvere negli occhi che riaccende stupore e meraviglia
Mai sono stata più viva di quando tutto quel nero si appiccicava addosso
Pungolando col suo potere naturale il triadico processo della fascinazione
Nero profondità ancestrale
Buio di quando respiravamo come pesci nell’amnios delle nostre madri
Budella della madre di tutte le madri che respira e spurga
A ricordarti che è vita la mefitica pozza di zolfo
Il mare la collina la sabbia l’aria il sogno il tramonto
Nero paradosso alleanza di colori
Tripudio di un esistere
In cui l’uomo non è l’unico dei modi e dei mondi possibili.

venerdì 24 luglio 2009

http://www.youtube.com/watch?v=AdSd60nD8QE&feature=related

Oggi vivo d’acqua, mi muovo poco e raziono il respiro aspro che anticipa la diaspora del catarro
Ieri ho fumato troppo disappunto che mi ha intasato i bronchi e ha incoraggiato la mia fame fatua
Sono esausta e mi riposo sulle pagine di libri ormai distanti da questo angolo che non ricorda neppure la sua storia
Sono logora di parole discolpanti sventagliate per alleggerire la coscienza.
Mancanza di stimoli la chiami questa desertificazione dell’anima, cercando di apparecchiare altrove il peso insostenibile di responsabilità invalidanti e poter dormire sonni tranquilli.
Ma neppure nei sogni si è fattori senza obblighi quando il tarlo comincia a scavare dentro membra di cartongesso.
Che sogni tu possa dormire non mi è dato saperlo
Spero siano inquietanti e ti perturbino il quieto obliare.
http://www.youtube.com/watch?v=e6cxsUWF7Pw

giovedì 23 luglio 2009

il libro dei sogni


La signora del quinto piano raglia la sua frustrazione contro la goccia d’acqua arrugginita che le sta corrodendo la ringhiera grigia ma non fa traboccare il vaso.
Nei sogni le specie acquatiche si moltiplicano, prima scampi poi uvari o paulotti non è facile distinguerli ancor meno nei sogni e senza pelle, una pletora di pesci nudi con gli occhi grandi ammassati sulla balata e mio padre che a settantanni ha deciso di rifarsi una vita concupendo giovani donne finniche con la lusinga di agiatezze da pescivendolo con villa in riva al mare. Fiumi di lacrime dilavano certezze affettive da poco approdate alla mia landa di desolati e desolanti dubbi. Non ne comprendo il senso.
Che mio padre vada a fottersi chi vuole, mia madre troverà un'altra vittima sulla quale infierire con dedizione. Eppur la cosa mi inquieta e cambio sogno. Adesso i pesci sono squali dalle pinne nere e gli occhi gialli, i denti aguzzi e il sorriso buono. Ma gli squali non mentono mai anche quando sorridono, è la loro natura, gli unici esseri onesti che ti dicono, sono quello che sai e non quello che vedi.
Non ho ancora finito di pensarlo che sono già dentro una pancia ma non è confortevole come la dimora di Giona per il quale il copione era già bello e scritto, mi riservo di stendere il mio a costo di morirci dentro questo mefitico antro d’anticamera al peggio.
Ma invece di prendere il transito per gli intestini tenui vengo rigurgitata nel mio letto dalla voce garrula di una fastidiosa radiosveglia, per i pesci e per l’acquario gli astri sono favorevoli è tempo di decidersi a prendere posizioni.

mercoledì 15 luglio 2009

a gt

Nella stessa stanza io e lui
Luci a neon che contraffanno i colori
Già contraffatti della mia parrucca e delle nostre pelli
Da cinghiale la sua da camaleonte la mia
Che ora muta al suo cospetto per ossequio e inclinazione
Pelle di merda la tua direbbe Alessio
Lui non so cosa veda ma basta ciò che vedo io
Eppure il suo linguaggio misterioso mi infastidisce
Come tutto ciò che non capisco
Anche se non è proprio così
Francesco non lo capisco ma mi attrae come se venisse dalla stessa terra
Lui non lo capisco e non vedo spiragli
Troppo lontana la sua di terra per lambire la mia
Forse è una posa
Ma alla sua età e il mondo alle spalle le pose non sono contemplate
E’ solo un'altra isola la sua e la rispetto per via di quelle sue visioni
Di quei paesaggi strambi che disegna dentro la mia testa
Landa di desolati e desolanti dubbi
Nella stessa stanza io e lui e mi verrebbe di chiedergli come va?
Solo questa domanda nulla di più
Ma sto zitta e passo avanti
Come se fosse solo un fantasma che non sono tenuta a vedere per ignoranza
In fondo in quell’hotel all’avanguardia non sono ancora nata
Io per lui solo una forma in movimento
Che forse gli accende l’universo a valle dei suoi pensieri fini
Ma non lo so
Forse quelli come lui funzionano in altro modo

freak



Molli li voglio i biscotti, molli che si sciolgono tra le labbra, non li voglio masticare ti ho detto.I denti non mi servono più te l’ho detto. Freak li chiamano quelli come lui, e con il loro proverbiale aplomb gli inglesi intendono quelli dal comportamento inusuale. Noi li chiamiamo mostri, fenomeni da baraccone e li scherniamo.
Eppure la sua teoria non fa una piega e i suoi biscotti molli cominciano a piacere anche a me. La decisione di non usare più i denti l’ha presa quando si è accorto che i denti stridono quando masticano, fanno un rumore che evoca sensazioni corrosive, come il verde acido e le mandorle acerbe, non conoscono la flessibilità e fanno male. Il cibo va assaporato, succhiato, i sapori sono realtà che alimentano fantasie e i denti masticano ogni fantasia. I denti azzannano come quelli di Lucia che quando gli fa un pompino riesce a trasformare in dolore quello che lui conosce come piacere. Per lui è deciso, i denti non li vuole più usare. E poi i biscotti molli, le puntine plasmon, il pesce frullato sono una carezza per il palato e lui è felice. Lo vedi nudo aggirarsi per casa con la gioia dipinta negli occhi a cantare e ballare come anch'io vorrei fare ma non sono lì per incoraggiare la sua follia. E mi viene da ridere e saltare e cantare e dipingermi la faccia di questa follia bella e contagiosa che mi fa venir voglia di viverla una vita liberamente mia.
Freak li chiamano quelli come lui e io mi guardo intorno e cerco da tutte le parti per trovarne ancora senza denti, senza vestiti, senza gesti educati, morbidi, senza ossa, arrampicarsi tenacemente come piante all’aria, arrivare in alto, più in là di quanto il nulla possa sperare.

sabato 27 giugno 2009



Rosso come la passione dicono, come il sangue che sgorga fresco, non ossidato, dalle punture di spillo, dalle ferite distratte delle casalinghe in carriera che ascoltano Chopin e la De Filippi.
Oggi te lo puoi permettere, fare più cose in una sola svista, tanto il farle bene non è richiesto.
Il rosso adesso lo associa all’amaro. Il veleno non lo ha mai assaggiato, ma tutto ciò che è velenoso è amaro, anche se non vale il contrario. E per la prima volta un veleno potrebbe salvarle la vita, quella buona, perché quella cattiva se la porterebbe via senza pena e ripensamenti.
Un veleno selettivo e intelligente: si sarebbe sbarazzato della vita in avaria, con l’effetto collaterale di dare una strapazzata a quella in buono stato.
Questa cosa non la convince. Rosso e giallo. Sì, anche il giallo ora che ci pensa. Un altro colore che le piace oltre al viola e al rosso. Ma non ha mai sospettato che, un giorno, anche i palliativi avrebbero avuto un colore. E a giudicare dalle facce stanche e consunte nella sala d’aspetto, un colore che non fa presagire nulla di buono. Rosso e giallo, come una roccia emersa in mezzo all’oceano, tagliente e limacciosa che promette approdi che non potrà mantenere. Rosso e giallo come una condanna sulle facce degli astanti dai capelli finti e l’attesa ansiosa. Forse sarebbe meglio passare la mano e affezionarsi ad altri colori.
Il blu ad esempio.
Si sarebbe tenuta la cattiva sorte e i capelli fulvi sulla testa. Troppa gente col male in corpo, decisamente troppa.
Anche il male ha diritto a vivere, lo accudiamo, lo nutriamo con la nostra indifferenza, poi con improvvisa sollecitudine ce ne vogliamo sbarazzare perché ci terrorizza. Ma dove siamo quando il nostro corpo tenta di difendersi lanciandoci segnali d'aiuto fino all'inevitabile atto di rivolta apparentemente folle e ingiusticato? Siamo proprio degli imbecilli. Ci scaviamo fosse prima ancora di andare al patibolo e ci affanniamo a richiuderle quando siamo con l’osso del collo sotto la mannaia.
Sono tanti, decisamente troppi a tentare un approdo sulla sponda tagliente e limacciosa.
Rossa o gialla le chiede una signora con la bandana bianca a nascondere la testa lucida.
Sono solo di passaggio, è il blu il mio colore preferito.
Il blu.

martedì 23 giugno 2009

gli abitanti della città di kaz

Stamattina gli abitanti della città di kaz erano piuttosto agitati, più agitati del solito direi.
Radunati davanti al bar dei cipressi guardavano verso l’alto e puntavano il dito indice in direzione dei balconi del numero 18.
A quanto pare qualcuno piscia di notte da uno di quei balconi.
Non so come sia possibile che questi animali incontrollabili, capaci di far fuori un uomo a pugni e calci, si indignino per una pisciatina giù dal 2° piano.
Sì, perché è proprio da lì che l’uomopianta innaffia il suo rampicante.
L’ho visto per la prima volta in uno dei miei appostamenti notturni.
L’uomopianta lo trovo simpatico con quei cespugli al posto delle sopracciglia e quell’arbusto di ulivo che gli cresce dal deretano.
Lui non piscia proprio sulla strada, lui piscia su una pianticella che si sta abbarbicando sulla ringhiera del lato est del suo balcone.
Quel balcone lo tengo d’occhio da un po’, da prima che mi accorgessi delle sue sortite notturne.
Mi ha incuriosito tutto quel mobilio che stazionava nel balcone come in un magazzino.
All’inizio ho pensato si trattasse di una posizione temporanea come se tutta quella roba fosse stata messa lì per lavori di ristrutturazione nell’appartamento. Poi ho capito che non c’era nessun lavoro in corso e che là le cose funzionavano così, fuori pieno, dentro vacante.
Sì, perché a guardarla bene quella casa è proprio vuota.
Il signor uomopianta ha deciso che tutta quella roba, che di solito sta in casa, deve starsene fuori, in balcone. Lui fuori ci va solo la notte per tornare ad innaffiare la pianticella.
Apre la patta dei pantaloni, tira fuori il coso e piscia, pardon, lui non piscia, semplicemente innaffia, e intanto il rampicante cresce, cresce e si dirige verso est, così come l’arbusto d’ulivo del suo buco del culo che gli ha quasi impalato l’osso del collo.

il libro dei sogni


Sogno scampi che si arrampicano su scampoli di muri di chiese gotiche e dietro il mio capezzale.
L’interpretazione dei sogni non dà risultati,
Dio ci scampi,
Nessuno ha scampo,
Ma niente scampi.
Gli scampi si mangiano soltanto, a quanto pare,
Non si arrampicano su scampoli di muri gotici,
Tanto meno, dietro i capezzali della gente.
Mi giro sull’altro fianco e sogno il mare e non solo.
Una donna bruna schiamazza e tatua le tue labbra delle sue di ciliegia.
Volgare eppur ti piace.
Nei sogni c’è il vantaggio di leggere i pensieri altrui,
Di vedere oltre le cortine di fumo e tu,
Sotto la tua di spugna,
Stai toccando quella donna con l’eccesso di testosterone che ti circola in corpo.
Ho mal di pancia e mi duole la schiena ma le due cose vanno a braccetto.
Nessun male viene mai da solo, se ne porta sempre un paio di compari fastidiosi.
Mi tocca svegliarmi se non voglio perire sotto lo sbatter di ciglia di quella dalila dai denti sani e i seni sodi che ti ha già rasato il capo e tiene tra le mani i tuoi dreadlocks non ancora abbastanza lunghi.
Tu, consapevole marionetta di un padre guerrafondaio e misericordioso,
Continui a farti concupire dall’ennesima dalila di turno,
Col pretesto di scontare i tuoi peccati e liberare israele dai filistei.
Così la storia si ripete ad oltranza e con ottusa determinazione.
E allora che guerra sia!
Non è invidia per i seni sodi e i denti sani.
Ma mero raccapriccio per la farsa degli orgogli feriti,
Dei farisei vituperati,
Dei filistei indignati,
Di tutte le gerusalemme da liberare.

il libro dei sogni

Ho prurito alle caviglie e sogno
Sogno che mi mordono gli occhi
Sopra due divani rossi
Mi gratto le caviglie e sogno
Sogno che ritorno a casa
Fa caldo e gli scarafaggi fanno festa sotto le lenzuola torride di sudore e pensieri sciolti
Che mi prudono nella testa e negli inguini
I sogni si moltiplicano incalzati da desideri surgelati da consumare subito giunti a scadenza
Mi stanno tutti alle calcagna e mi mordono le caviglie che mi prudono di sudore istamina e fastidio rovente
Devo svegliarmi per addormentarmi altrove
Senza rischiare che si portino via gli occhi
Mentre mi grattano le caviglie gonfie.