lunedì 21 maggio 2007

Ma che fai, mi dice, così lo rovini. Lo rimetto in tasca. Le mani mi tremano. Improvvisamente mi sento bambina e quel rimprovero mi arriva con la voce di mia madre. Non lo fare, se lo fai un' altra volta, le prendi. Io sto ferma, immobile, le braccia incrociate sulla schiena, faccio quello che facevo alle elementari, gioco al gioco del silenzio. Vinco sempre al gioco del silenzio. Mi chiamano la pittrice. Non ho molte parole da dire io. Io disegno. Disegno dappertutto. Il primo pennarello me lo ha regalato mio nonno, da una parte la punta nera, dall’altra rossa. Me lo ha dato che avevo cinque anni, il primo giorno di scuola. Mi ha detto, tieni piccola questo è per te, disegna quello che vuoi. Io da allora non ho più smesso. Solo mio nonno mi chiamava piccola. Lo ha fatto fino all’ultimo, prima che se lo portassero via con gli occhi annacquati dalla malattia. Piccola, mi ha detto, come vanno i tuoi disegni, disegna, disegna ancora . Avevo 14 anni quando lo ha detto e piccola non lo ero più. Ma i disegni ho continuato a farli dappertutto. Con mia madre a puntarmi le sue ire addosso e la gente a guardarmi con sospetto.

2 commenti:

Prof. Enrico Marani ha detto...

Io rispetto a un anno fa vedo una cosa che prima percepivo meno nella tua scrittura. Un sapore dolcissimo di malinconia.

Anonimo ha detto...

disegna, disegna col tuo tratto austero ma tremendamente umano