giovedì 26 novembre 2009





Tira su la gonna e dice guarda.
Mi avvicino e ci guardo dentro le mutande ma non vedo nulla.
Ma sento il profumo di pulito della sua roba.
Da dormirci dentro. Rimango china per un po’.
Ritorno al mio posto, si sistema la gonna e un’altra folata di panni puliti mi arriva addosso.
Continua a dirmi che sotto le mutande le sta crescendo qualcosa.
La chiama materia quella cosa, dice che assomiglia alla carne di suo padre.
Io non ho visto nulla ma non lo dico.
Lei continua a fendere l’aria con i suoi artigli laccati di rosso e mentre lo fa mi ritorna addosso il suo profumo.
Vorrei fermarla la sua follia, eppure in quella follia vorrei perdermi.
Ficcare la testa dentro i suoi seni enormi, immensi, accoglienti.
Sniffare il suo profumo di pulito, pulire tutta la roba vecchia che ho dentro e tornare illibata.
Dirle, accarezzami la testa pupa, lisciami i capelli con le tue spazzole preziose, quelle d’argento che tieni sul comò, trattami come una bambola, vestimi dei tuoi vestiti profumati, baciami la bocca stretta e soffiaci dentro fino a gonfiarmi i seni e arrotondarmi la carne sopra le ossa incatenate, dammi da mangiare pupa, passami la tua sensuale abbondanza che richiama certezze, raccontami le storie assurde che solo tu sai raccontare, poi mettimi a dormire in mezzo al tuo profumo e amami ad oltranza, amami fino a dove sai arrivare.
Ma intanto carezzami e continua a parlare, parla ancora della materia nuova che ti sta trasformando.
Io mi distendo qui sulla tua pancia e dormo.
Sogno la bellezza della tua follia, semplice, domestica che mi viene a salvare.
Dormo un sonno profondo di sogni felici.
Di quelli che non mi vorrei più svegliare, che quando mi sveglio vorrò tornare a dormire.

mercoledì 25 novembre 2009





Qui dall’alto il panorama è mozzafiato.
Una macchia verde su un panno azzurro.
Ho la sensazione che la terra sia tutta qui, un appezzamento di terreno in collina che galleggia sul mare.
Il mare è dovunque guardi e non si distingue dal cielo se non per una leggera foschia che in lontananza accenna a condensarsi.
Silenzio.
Ogni tanto i muratori dei fossi in cima lanciano voci che rimbombano lungo il costone, la lambretta che trasporta il materiale si avvicina, passa lungo lo sterrato che attraversa i passaggi alle sepolture e si dirige velocemente verso l’alto.
Sì, esiste un posto ancora più alto di dove sono io, a ridosso della montagna c’è ancora terra da scavare, c’è ancora spazio per chi vuole venire a morirci.
Mi chiedo chi ti abbia portato questi fiori orrendi essiccati prematuramente dalla calura insostenibile di questi ultimi due giorni di agosto.
Sono fiori osceni sottomessi dal peso ridicolo della corolla sbiadita.
Sono fiori da morti, lasciati qui per lavarsi la coscienza.
Puzzano, marci dentro vasi di pietra.
Tu sorridi agghindata a festa, gli occhi vitrei e le guance rosse.
Troppo ombretto in quella circostanza, sembri una star da circo.
Tu non lo eri, non lo eri affatto, ma ti hanno ritoccato così come si conviene a tutte le foto per le lapidi.
Io preferisco ricordarti un po’ più dimessa, senza ritocchi ad edulcorare la tua memoria.
E i fiori li faccio confezionare come quando te li portavo a casa, rose bianche e tulipani gialli, dentro cellofan e retino rosso.
Tutte le volte che vado dai fiorai davanti al cimitero mi guardano con sospetto.
Ma io insisto, sì, li voglio con cellofan e retino rosso.
Poi scarto tutto e li sistemo.
Voglio che tutto sia sempre perfetto.
Ma qualcuno, a volte, viene ad infangare la tua memoria con mazzi di margherite appassite dai colori posticci, tanto si sa, i morti non vedono.
Cazzate.
Se i morti non vedono non venite a trovarli.
Non portate sulle loro tombe fiori che vi facciano dormire sonni più tranquilli.
Quando l’ho detto a Caterina mi ha dato della troia ed è andata via incazzata.
Qui, davanti a te, sopra la tua casa abbiamo discusso anche di questo.
Ma forse lo sai già.
Tu hai sempre saputo tutto.
Anche la fine che avresti fatto.
Qui, su questa collina a goderti il panorama eterno della terra che penetra il mare in un amplesso di rara sensualità.
Era qui che volevi venire.
Me lo hai detto fino all’ultimo, fra poco vado a godermi il panorama.
Io non capivo ma non facevo domande.
Lo sai, tra noi è sempre stato così, tu che parlavi e io che ascoltavo senza dire una parola perché i tuoi discorsi non richiedevano repliche solo domande taciute, annotate in silenzio per essere chiarite dopo, in tua assenza.
Donna tutta d’un pezzo, da non interrompere mentre parlava, alla quale non mostrare la mia indolente ignoranza su quasi tutto quello che diceva.
Tu di vita ne hai vissuta tanta, io non mi sono mai mossa da qui, da questa periferia del mondo che si spaccia per metropoli del sud.
E’ tutto relativo, hai sempre detto, c’è sempre un sud del sud e un nord del sud, c’è sempre un peggio.
I muratori cantano.
Loro cantano sempre, non capisco come cantino col caldo che fa.
Fanno su e giù con la lambretta carica di calcinaccio e cantano.
A volte si fermano e gridano qualcosa a quelli che stanno sotto.
E penso che anche in questo caso esiste un nord e un sud.
Quelli del sud sono i più disgraziati, come sempre, costretti a lavorare a ridosso di un costone sul quale batte il sole impietoso fino al pomeriggio.
Sì, qui ci sono venuta a tutte le ore e ho imparato a leggere le svariate ombre che disegna la luce su questa parte di montagna offesa da picconi e pale.
Una volta ci ho pure portato Igor ma lui non ha gradito.
Mi ha detto, i cimiteri sono tutti uguali, posti da non frequentare.
Poi ha aggiunto, sei come tua madre, tua madre sanno tutti che fine ha fatto.
E ancora una volta la sua paura mi ha aggredito come un fendente conficcato in mezzo al petto.
Da allora non parlo più delle mie sortite in questo posto.
Né con lui, né con altri.
Questo rimarrà il nostro segreto, scavato nella montagna che galleggia sopra al mare.

martedì 24 novembre 2009

http://www.youtube.com/watch?v=VqgggIMK7Ic&NR=1

Strappami al silenzio ottico di questa macchia refrattaria alla luce
Prova ad esserlo per me
Un colore diverso dal nero del fondo di questa materia insensibile
Cospargimi la testa di forme che possano dargli un nome
Sussurrami il suo odore tra le tempie e la faccia
Il suo sapore dalle labbra alla gengiva
Voglio invocarlo nell’arrogante oscurità di questa tenebra indissolubile.

giovedì 1 ottobre 2009

Sono tornata a casa.
Casa è l’irrilevante disordine del mio appartamento.
Lo credevo fino a qualche giorno fa. Adesso il disordine mi crea un ottuso disagio.
Osservo la pletora di colori che macchia e fodera tutto e mi sembra troppo.
Troppo finto tutto dopo essere stata laddove l’unica finzione è rappresentata dalla presenza umana.
Non una foto di quel luogo, sarebbe stato l’ennesimo sfregio, un ridicolo tentativo di riprodurre ciò che la natura fa in modo perfetto, semplicemente, esistendo.
Troppo anche in termini di quantità, una babele di superfluo che metastatizza ovunque facendomi dimenticare com’era l’originale prima del danno. E mi disorienta questo intersecarsi di prospettive: esiste qualcosa fuori da me o nulla è, se non filtrato dalla mia essenza? Domanda inveterata che si ripropone con una prepotenza e un vigore adolescenziali.
Sto morendo di lutto e vacuità, sto morendo di bisogni posticci mentre innalzo la tomba dentro cui mi sotterreranno abbondanza e stupidità.
Continuo ad abbuffarmi di cose inutili che non saziano la bulimica inclinazione a riempire il vuoto senza valutare la possibilità che ci sono spazi che non andrebbero colmati.
Silenzio, solo silenzio adesso, l’unico vero bisogno che meriti attenzione.

venerdì 7 agosto 2009

Oggi Mari ha detto che mi vede bene.
Le sue mani addosso sono scivolate come non facevano da tempo.
Si sono addentrate in tutti gli interstizi possibili, negli anfratti più dimenticati e sono state accolte con arsura come l’alveo di magra riceve i primi fiotti piovani. Nessuna resistenza tra le sue mani e la mia carne.
Oggi ero una spugna morbida che ha assorbito avidamente.
Ho pure spiegato le scapole, rudimentale abbozzo di ali che lei dice mi accingo ad esporre.
Un bel paio di ali con le quali spiccherò il volo dal suo lettino. Nessuno ci pensa mai a questo aborto d’ali, a questa frustrazione che si consuma nel ventre materno quando trasformiamo in coriaceo osso ciò che morbido e sinuoso nasce cartilagineo, come se ce la dovessimo guadagnare a fatica la libertà di volare.
Ma io ci sto provando e lei mi aiuta prendendosi cura del mio corpo attraverso le sue mani prodigiose come quelle del vecchio. Molte mani sono passate sulla mia pelle ma si sono fermate all’epidermide con negligenza, mani distratte che l’hanno lambita per mestiere, un mestiere esercitato male e di fretta, in attesa del prossimo corpo senza identità. Nessuna passione in quelle mani, nessuna consapevolezza e dedizione, nessun tentativo di capire, comunicare, esplorare.
Loro non sapevano che le scapole sono ali in fieri.
La gente è cieca e sorda e muta rimbecillita dalle apparenze e dall’effimero.
Mari no, Mari si è conquistata un posto in prima fila sotto il palco della mia intimità.
Lei è una dalla consapevolezza sveglia e brillante, una forza di braccia, gambe, addome, muscoli e cervello.
Mari è la donna del mio corpo.
Generosa, desiderosa di offrirsi attraverso appendici vigorose e delicate che mi rimandano continuamente alle mani del vecchio.
Anche lei bella, di una bellezza a tutto tondo di cui ti puoi fidare. Niente fottute dentro il suo catalitico corpo. E quando dico corpo comprendo anche quella che tanti chiamano anima e la cercano nel cuore, io chiamo dignità e fisso nel peso variabile della materia grigia che abita la nostra testa.

sabato 25 luglio 2009




















“ Il colore mi aiuta a vivere. Se penso al nero penso alla morte, mi aiuterà a morire.”
E’ tutto nero laggiù un nero che aiuta a vivere e a morire
A lei sarebbe piaciuto
Nero rassicurante ultimo anello di una catena di luce che sporca
E si insinua dentro ferite ed interstizi
Polvere negli occhi che riaccende stupore e meraviglia
Mai sono stata più viva di quando tutto quel nero si appiccicava addosso
Pungolando col suo potere naturale il triadico processo della fascinazione
Nero profondità ancestrale
Buio di quando respiravamo come pesci nell’amnios delle nostre madri
Budella della madre di tutte le madri che respira e spurga
A ricordarti che è vita la mefitica pozza di zolfo
Il mare la collina la sabbia l’aria il sogno il tramonto
Nero paradosso alleanza di colori
Tripudio di un esistere
In cui l’uomo non è l’unico dei modi e dei mondi possibili.

venerdì 24 luglio 2009

http://www.youtube.com/watch?v=AdSd60nD8QE&feature=related

Oggi vivo d’acqua, mi muovo poco e raziono il respiro aspro che anticipa la diaspora del catarro
Ieri ho fumato troppo disappunto che mi ha intasato i bronchi e ha incoraggiato la mia fame fatua
Sono esausta e mi riposo sulle pagine di libri ormai distanti da questo angolo che non ricorda neppure la sua storia
Sono logora di parole discolpanti sventagliate per alleggerire la coscienza.
Mancanza di stimoli la chiami questa desertificazione dell’anima, cercando di apparecchiare altrove il peso insostenibile di responsabilità invalidanti e poter dormire sonni tranquilli.
Ma neppure nei sogni si è fattori senza obblighi quando il tarlo comincia a scavare dentro membra di cartongesso.
Che sogni tu possa dormire non mi è dato saperlo
Spero siano inquietanti e ti perturbino il quieto obliare.